sabato 15 settembre 2007
«I palinsesti sono figli dei format - aggiunge Felice Lioy, presidente di "Audiradio", l'ente che rileva gli ascolti delle radio nazionali e locali - e danno l'idea di come la radio deve essere fatta, definendo tempi precisi per la quantità di parlato e di musica creando un vero e proprio "sound design" della radio che le distingue una dall'altra. Per un certo periodo, però, tutti i network avevano la stessa impostazione. Ora, finalmente, è tornata ad essere radio vera, radio di parole, creando una sorta di complicità tra chi la radio la fa e chi l'ascolta».
«Quando io lavoravo in radio alla Rai - ricorda Maurizio Costanzo, direttore artistico delle "RadioGrolle" - per tre quarti del tempo c'era la musica ed il rimanente parlato era molto difficile da realizzare». «Adesso è un susseguirsi di voci e programmi - afferma Franco Nisi di Radio Italia solo musica italiana - con un flusso musicale continuo. Ritengo che bisogna fare attenzione a chi sceglie di fare la radio. Spesso si fa il salto dalla radio alla televisione, ma non esiste il percoso inverso: se uno sa fare la televisione, salvo rarissimi casi, non sa fare la radio. Bisogna avere rispetto sia di chi fa la radio, sia di chi ascolta e sia di chi investe. La pubblicità è una parte integrante della radio moderna. Noi dobbiamo autodisciplinarci, ridurre la pubblicità ed organizzarla meglio. Bisogna dare atto che oggi passano degli spot talmente belli da meritare di essere ascoltati e posizionati in modo preciso».
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